lunedì 24 maggio 2010

HIV: tenerla sotto controllo “addestrando” i linfociti

Pubblicato da valentina.torchia


Ricerca del MIT svela il segreto dei pazienti sieropositivi che riescono a mantenere sotto controllo l’AIDS.

Tenere sotto scacco l’HIV è possibile? Studiando i cosiddetti “non progressori”, ovvero persone in grado di mantenere sotto controllo l’avanzata del virus, ricercatori del MIT hanno fatto un’interessante scoperta. Esiste una variante genica di linfociti T in grado di opporsi con più efficacia al virus.

Il sistema immunitario è in grado di riconoscere elementi estranei all’organismo. I “poliziotti” del corpo sono i linfociti T, che riconoscono molecole presenti sulla superficie di microrganismi o di cellule infettate da virus.

I linfociti sono in grado di individuare antigeni estranei quando questi gli vengono “presentati” come tali, attraverso un complesso sistema di riconoscimento basato sulle molecole HLA. Queste sono legate a peptidi che rappresentano la “carta d’identità” della cellula. Quando un linfocita entra in contatto con una cellula, determina se questa fa parte dell’organismo o se rappresenta una minaccia interagendo con il peptide legato all’HLA.

Prima di diplomarsi come agenti di polizia corporei, però, i linfociti T devono seguire un corso d’addestramento. Questa “scuola di polizia” si trova nel timo, organo fondamentale nello sviluppo del sistema immunitario. Infatti, qui vengono selezionati i linfociti T che sono in grado di riconoscere più efficacemente gli antigeni estranei. Vengono invece “bocciati” quei linfociti che riconoscono e si legano con forza ad antigeni “self”, ovvero che appartengono all’organismo.

Questa fase di selezione è molto importante, poiché i linfociti che si legano ai peptidi self potrebbero scatenare una risposta immunitaria contro cellule del corpo. Infatti, queste verrebbero riconosciute come estranee, e quindi attaccate e danneggiate: è quanto accade nelle malattie autoimmuni, dove appunto il nostro sistema immunitario si “rivolta” contro organi e cellule del nostro organismo.

Nel caso dell’HIV, i linfociti T costituiscono il principale bersaglio del virus, che impedisce loro di svolgere le normali funzioni di difesa contro agenti patogeni esterni. Il corpo è dunque esposto a infezioni e malattie.

Non tutte le persone che contraggono l’infezione da HIV, però, sviluppano l’AIDS. I cosiddetti “long term non progressor” -non progressori a lungo termine- riescono a tenere a bada il virus, che si moltiplica lentamente e non danneggia in maniera rilevante le funzioni del sistema immunitario.

Perché accade questo? Cos hanno di diverso i non progressori? A questa domanda cerca di dare una risposta uno studio pubblicato su Nature da ricercatori del MIT, Massachussets Institute of Technology.

La differenza fondamentale tra i non progressori e gli altri sta nel fatto che i primi posseggono una particolare variante genica delle molecole HLA: la variante B57.

I linfociti di questi individui sono in grado di riconoscere una quantità elevata di antigeni self, molti di più rispetto ai linfociti di persone che non hanno la variante genica B57. Proprio a causa di questa extra-reattività, però, i pazienti B57 hanno una maggiore probabilità di sviluppare patologie autoimmuni.

Bruce Walker, direttore del Ragon Institute per la ricerca sull’HIV del Massachusetts General Hospital (Boston), spiega come sia la prima volta che il processo di selezione dei linfociti nel timo sia messo in relazione con l’HIV.

Analizzando 1900 pazienti, di cui 1100 non progressori, è apparso evidente che l’andamento della patologia può essere messo in relazione alla capacità dei linfociti T di riconoscere e attivarsi in presenza di antigeni self. Più è elevato il numero di antigeni self a cui i linfociti sono in grado di legarsi, più la malattia è sotto controllo.

Pensare un vaccino diventa ora possibile. Anche perché i linfociti extra reattivi non sono presenti solo in persone con variante HLA B57, ma anche in tutti gli altri individui, sebbene in quantità inferiore. Il potenziale vaccino dovrebbe quindi favorire i linfociti T più reattivi, che riuscirebbero a “diplomarsi” al timo e a svolgere la loro funzione nell’organismo.

Ad oggi, non è ancora chiaro come “costruire” questo farmaco, ma certamente questi risultati offrono spunti interessanti. Sarà poi necessario porsi il problema di come evitare reazioni autoimmuni: si correrebbe infatti il rischio di salvarsi da una patologia per ricadere in un’altra, sotto molti aspetti non meno problematica dell’HIV.

La ricerca del MIT dimostra come la medicina moderna si stia indirizzando sempre più verso la comprensione dei meccanismi bio-molecolari che stanno alla base delle malattie. Mattonella dopo mattonella, si sta costruendo uno strada verso una salute ritrovata.

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