lunedì 29 marzo 2010

Vaccino contro il melanoma. Inizia il secondo atto

Pubblicato da valentina.torchia


 

Curare con un vaccino le forme di melanoma che anche dopo l’asportazione chirurgica sono soggette a ricaduta. Questo è lo scopo di uno studio condotto dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’Istituto Nazionale dei Tumori Regina Elena.

Il melanoma, un tumore che fino a pochi anni fa era considerato una patologia rara, è oggi in costante aumento. Al via uno studio su un vaccino che potrebbe fare la differenza nel trattare pazienti in cui la malattia non viene eradicata con il tradizionale trattamento chirurgico. La sperimentazione si svolge a Roma, coordinata dall’istituto Superiore di Sanità (ISS), in collaborazione con l’Istituto Nazionale dei Tumori Regina Elena (IRE) e l’Istituto Dermatologico San Gallicano.

E’ ormai universalmente accettato che il sistema immunitario svolge una continua azione di controllo contro l’insorgenza dei tumori. Anche quando si è già formato, un tumore può essere aggredito dal nostro sistema immunitario. Questo è stato dimostrato ampiamente nei modelli animali ed esistono già evidenze sperimentali che ciò possa avvenire nell’uomo. Tuttavia la risposta immunitaria naturale non è sufficiente per far regredire tumori già sviluppati, pertanto è necessario utilizzare strategie che ne aumentino la potenza. Questo è il compito della ricerca nel campo dell’immunoterapia dei tumori.

Lo studio, che ha preso il via pochi giorni fa, ha lo scopo di testare sui pazienti l’efficacia di un vaccino peptidico, costituito da antigeni sintetici associati al tumore, ovvero caratteristici delle cellule cancerose. I vaccini scelti per combattere il melanoma sono costituiti da frammenti degli antigeni tipici di questo tumore e sono in grado di evocare una risposta immunitaria specifica contro le cellule tumorali.

La strategia consiste nello scatenare una potente risposta immunitaria dell’organismo contro questi peptidi, risposta che viene stimolata dalla somministrazione di interferone alfa e di decarbazina, un blando chemioterapico.

In particolare, l’associazione di questi vaccini con interferon alfa serve a fare in modo che le cellule del sistema immunitario possano catturare meglio questi antigeni e presentarli ai linfociti che saranno così in grado di riconoscere le cellule tumorali e distruggerle. La decarbazina genera un forte impulso d’attivazione del sistema immunitario e ha quindi lo scopo di potenziare ulteriormente la risposta alla terapia con il vaccino.

Questo trattamento è indicato solo nei casi in cui il numero di cellule tumorali presenti nell’organismo è stato drasticamente ridotto: si parla di “malattia minima residua“. è infatti la condizione ideale in cui il sistema immunitario, se opportunamente stimolato, può avere un forte impatto sulle cellule tumorali eventualmente rimaste.

In questa fase, -come spiega Enrico Proietti, direttore del Reparto di Applicazioni Cliniche delle Terapie Biologiche- il tumore è particolarmente suscettibile all’attacco da parte delle cellule del sistema immunitario e per questo motivo i trattamenti applicati possono essere meno aggressivi e meglio tollerati rispetto a quelli classici (chemioterapia e radioterapia) utilizzati contro la malattia conclamata. I pazienti riceveranno un trattamento ambulatoriale che gli permetterà, inoltre, di tornare immediatamente alle loro abituali occupazioni.”

La terapia sperimentale viene somministrata a pazienti che sono a rischio di presentare una recidiva, anche in seguito all’asportazione chirurgica del tumore primario.

Sarebbe quindi più corretto parlare di terapia per evitare il ripresentarsi della patologia, piuttosto che di trattamento risolutivo.

“I criteri di eleggibilità per partecipare al protocollo -spiega Virginia Ferraresi, dell’Oncologia Medica dell’IRE- sono molto precisi. Si tratta di pazienti con melanoma ad alto rischio di ricaduta che non presentino alcuna metastasi, né da un punto di vista clinico, né radiologico. Il vaccino sarà somministrato solo a coloro che risultano positivi per l’espressione dell’antigene di istocompatibilità HLA A*0201, presente in circa il 45% della popolazione italiana.”

A rendere quindi ancora più efficace lo studio sarà l’analisi di parametri individuali del paziente, incluso lo studio e l’individuazione di marcatori della risposta immunitaria in grado di fornire previsioni sull’effetto terapeutico.

La personalizzazione della terapia e lo studio della risposta immunitaria rappresentano frontiere importanti della ricerca in campo oncologico. Il primo passo di una lunga strada che potrebbe porre un freno al Male di questo secolo?

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