sabato 2 gennaio 2010

Resistenza al dolore? Non è più “roba da fachiri” !

Pubblicato da valentina.torchia


fMRI

Fin dall’antichità siamo rimasti sorpresi e un po’ scettici nel sentire persone che affermavano di poter camminare sui carboni ardenti o dormire su un letto di chiodi senza sentire dolore.

Tuttavia, è stato dimostrato che alcune persone sono davvero in grado di controllare movimenti e reazioni autonome, come ad esempio il ritmo cardiaco, con la sola forza della concentrazione; ed è ormai noto alla medicina il cosiddetto “effetto placebo”, ovvero quella situazione in cui basta la semplice convinzione di star ricevendo una cura utile per migliorare effettivamente le condizioni di salute di un paziente.


La mente può quindi esercitare un controllo sul nostro stato fisico? Se si, in che modo?
A queste domande sta cercando una risposta Sean Mackey, capo del Pain Management Center alla Stanford School of Medicine, in California.

Mackey è uno dei massimi esperti nello studio del dolore e ha fatto sua la convinzione, diffusa negli ultimi anni tra numerosi scienziati, che sia necessario spostare l’attenzione dalle terminazioni nervose che percepiscono lo stimolo doloroso, al cervello che processa e interpreta l’informazione.

Fino agli anni ’90, gli esperti del dolore hanno direzionato le loro indagini sui nocicettori, terminazioni nervose libere che rispondono a stimoli chimi, meccanici o termici e li trasmettono al Sistema Nervoso Centrale, dove vengono processati e diventano quindi sensazioni coscienti. Durante il tragitto, inoltre, le vie ascendenti del dolore si portano al sistema limbico e all’ipotalamo, e questo è un dato interessante che ci permette di intuire una connessione tra emozioni e dolore fisico.

Esistono diversi meccanismi attraverso i quali il nostro corpo può ridurre o eliminare del tutto la sensazione dolorosa, che si attivano ad esempio quando la sopravvivenza può dipendere dall’ignorare il trauma.

È possibile esercitare un controllo volontario sull’attivazione cerebrale, e tutti sono in grado di farlo. Inoltre, sono stati descritti diversi casi che dimostrano la possibilità d’imparare a controllare il ritmo dell’elettroencefalogramma; il meccanismo collegato al controllo di queste attività autonome coinvolge diversi sistemi cerebrali e riflette processi che interessano globalmente il nostro corpo, come ad esempio il rilassamento. Fino ad ora, nessuno aveva mostrato se gli individui fossero in grado di esercitare un controllo su specifiche aree cerebrali anatomicamente definite.

Il lavoro di Mackey ci porta uno spiraglio su uno scenario finora avvolto nel mistero.
Strumento determinante è certamente la Risonanza Magnetica funzionale (fMRI), una misura indiretta dell’attività neuronale nell’encefalo; quando una regione cerebrale si attiva, consuma ossigeno e i neurologhi usano l’fMRI per tracciare il movimento del sangue ossigenato che si sostituisce al vecchio.

Mackey sta sperimentando la possibilità di usare questo strumento per “insegnare” a controllare l’attivazione di specifiche aree cerebrali. Le persone vengono introdotte all’interno del macchinario per l’fMRI e sono sottoposte ad uno stimolo doloroso, generato da una piastra di metallo calda; uno schermo permette loro di visualizzare “in diretta” il segnale dell’fMRI che indica il grado di attivazione di un area ben definita (negli studi recentemente pubblicati si tratta della corteccia cingolata anteriore, una regione correlata strettamente con la percezione conscia del dolore). Il segnale è rappresentato da una linea che si alza e si abbassa in relazione al grado di attivazione della regione cerebrale analizzata; i soggetti vengono allenati a controllare l’attivazione di tale area, esercitando un’azione sulla linea, mediante esercizi di visualizzazione.

Negli esperimenti condotti da Mackey si dimostra che questo metodo è efficace per ridurre consciamente l’attivazione della corteccia anteriore cingolata in pazienti affetti da dolore cronico, che riferiscono un miglioramento nelle loro condizioni. Il dolore percepito risulta effettivamente diminuito, man mano che le sedute di training vengono portate avanti.
Tuttavia, non è chiaro se questo determini un’alterazione a livello biologico-anatomico che potrebbe avere un’utilità reale nel trattamento di patologie; è inoltre possibile che il miglioramento riferito dai pazienti sia dovuto all’effetto placebo.

Questa tecnica viene già utilizzata commercialmente dalla Omneuron, una company recentemente fondata da DeCharms, ex collega di Mackey, con il favore del National Institute of Health (NIH). Tuttavia Mackey, l’ideatore della fMRI, non ha condiviso l’entusiasmo che ha seguito la pubblicazione degli studi su questo strumento e si mantiene cauto sull’utilità di tale applicazione, sostenendo la necessità di ulteriori studi e perfezionamenti.

Published online 28 October 2009 | Nature 461, 1194-1196 (2009) | doi:10.1038/4611194a

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